
DISEGNARE LA LUCE PER LA DANZA: IL LAVORO DEL LIGHTING DESIGNER
di Gabriele Termine
Lighting Designer e Fotografo
Premessa
Disegnare la luce
Quando un sipario si apre, si apre una finestra su una scatola nera. La luce che si accende definisce lo spazio, crea un’atmosfera, suggerisce un’emozione. Può concentrare lo sguardo dello spettatore su un gesto, trasformare completamente la percezione di una scena o accompagnare quasi impercettibilmente il passaggio da un momento all’altro dello spettacolo.
Dietro tutto questo c’è il lavoro del lighting designer, del tecnico luci, dell’elettricista, del luciaio, come si dice a Firenze: il lavoro di Gabriele Termine.
Prima di arrivare al risultato che il pubblico vedrà, c’è un lavoro fatto di progettazione, conoscenza tecnica, sensibilità artistica e confronto continuo con chi ha immaginato lo spettacolo.
Gabriele in questo articolo ci racconta del suo lavoro e del suo rapporto con l’arte e con Max Ballet Academy.
La passione per la fotografia
Non si doveva parlare di lighting design? Come si incastra il far le luci con la fotografia?
Tutto nasce da questo: forse mi piace star nell’ombra, forse mi piace parlare senza parole, non lo so, so solo che offrire una mia visione di uno spettacolo, sia con le fotografie sia con le luci, è passato da esser passione a lavoro. E per me scolpire nel buio con la luce dei miei fari e faretti vari, e il mio fido fumo ambientale, è un po’ come offrire fotografie continue.
E nasce professionalmente tutto per caso, ormai più di 20 anni fa: la scoperta della passione per la danza latino-americana (ed il tango in seguito) mi hanno portato a conoscere una scuola d’arte e spettacolo; dove si viveva di teatro, danza in ogni sua espressione, Shiatsu (non direttamente, ma nelle sale della sede di via delle ghiacciaie), e soprattutto grazie alla quale ho conosciuto materie professionalizzanti come la fotografia di scena e illuminotecnica teatrale.
Ma dove? Alla Max Ballet, ovviamente.
La fotografia era già nel mio DNA probabilmente, il fotografare il corpo umano più che i paesaggi, la ricerca della composizione, della luce giusta, del colore; molto prima di rendermene conto, il desiderio di dedicarmi alla ricerca fotografica scalpitava in me; alla Max ha trovato sponda in figure che hanno liberato il mostro creativo che era in me, è iniziata così la passione per la danza ed il teatro.
Riassumendo molto e frequentando luoghi e corsi, qualche mese dopo, per la consapevolezza di dover e voler conoscere le luci sul palco, per provare a fotografare in scena, mi sono imbattuto nel corso di illuminotecnica e da lì…
La scelta della Luce Attiva.
Da lì, come spesso definisco, il sorpasso da destra, cioè le luci nell’arco di pochi anni son diventate pian piano il mio pane quotidiano, materia di studio, per il miglioramento e comprensione fotografica.
I problemi tecnici son venuti prima, come spesso accade; pur si deve far gavetta e scaricar furgoni e stendere cavi, prima si smonta, poi si monta, conoscere i vari modelli di fari, i mixer luci, la corrente elettrica e la trasmissione del segnale di controllo; ma l’occhio sempre avido, sempre impostato ad ottenere buone fotografie sfruttando il materiale illuminotecnico e umano, quest’occhio mi ha fatto crescere nella direzione di una luce attiva, coprotagonista e drammaturgia a sua volta.
Ma la passione conduce a soddisfare le proprie voglie, parafrasando, e questa passione è diventato lavoro, il luciaio.
E Luce Attiva è diventato anche il nome della mia piccola azienda.
Potrei aprire una gran parentesi su cosa significhi luce attiva, ma, semplificando, come esistono coreografie, testi e copioni, musiche e scenografie, così anche la luce smette di fungere da illuminazione tecnica e funzionale e diventa nuovo attore; la luce diventa capace di modificare la percezione della scena, inserendo un nuovo elemento drammaturgico, ha una sua storia, ha il suo scopo, vive di vita propria.
La danza e la fotografia.
La danza in tutto ciò prende lo spazio maggiore, mi appassiona. Ho anche avuto fortuna, ho trovato persone che hanno capito e con le quali ho costruito una mia identità, un mio stile, che me lo hanno permesso. Come alla Max Ballet, negli spettacoli e nelle foto realizzati insieme, in questi ormai 20 anni, e grazie ad una storica collaborazione artistica con Massimiliano Terranova.
La ricerca fotografica, il desiderio di agire sui corpi con la luce, come a volerli trasformare, esaltare, isolarli e sospenderli nello spazio e nel tempo, tutto questo mi obbligava, e mi obbliga ancora, a cercar di capire un linguaggio che fino a quel momento avevo ignorato.
Le luci interagiscono col movimento, cercano di sottolineare le intenzioni coreografiche, mediate dalle scelte musicali, per costruire quadri, fotografie in movimento.
La visione estetica sviluppata nella danza mi ha permesso di ben affrontare, almeno credo, le altre dimensioni del teatro, quali prosa, musical, concerti musicali, ma anche eventi e convegni.
Come arrivo a disegnare le luci? Cosa mi ispira?
Quando entro in scena, nascosto in fondo sala, quando il buio sembra aver preso il sopravvento, con tutte le ansie e le paure che il buio può incutere, ecco il primo click, la prima luce e tutto avviene, tutto scorre, inizia il racconto.
Ma come lo realizzo?
Un primo step fondamentale per me: le luci devono esser la direzione della fotografia dell’evento live, quale esso sia. Un po’ come nel cinema. E chi fotografa le mie luci deve trovarsi a fotografie facili da realizzare, non perché con molta luce, beninteso, ma perché ciò che si deve vedere si vede, ciò che deve esser sottolineato è sotto gli occhi di ogni spettatore, perché la luce sottolinea e completa l’azione scenica e ce la spiega, ce la mostra, con fotogrammi continui, come mille scatti in successione. Con colori e contrasti già studiati per la creazione di una buona immagine.
Come secondo step: la luce si muove nella scena, è un’azione continua, si unisce al movimento, alla narrazione, alla musica, lega il tutto e propone una sua propria interpretazione di quanto accade.
E per far questo, il terzo step diventa quindi capire, comprendere, interagire, proporre, ed evolvere insieme a quanto accade. Difficile che uno spettacolo, anche quando va in replica nello stesso posto e con gli stessi materiali, sia ripetuto identico. Sia per chi recita, danza o suona, sia perché ogni volta inserisco un dettaglio in più, cambio un tempo di fade (un tempo in secondi tra una scena luce e l’altra), cambio un colore o un’intensità, o solo la direzione della luce.
Il dialogo coi corpi, con le coreografie, con le scene, il confronto con le immagini e video realizzati sia da me sia da altri, diventano il luogo di crescita, di studio e del piacere che deriva dalle emozioni suscitate nello spettatore.
E se qualcosa arriva, se qualcuno mi vede, su quel palco, in quell’immagine, un piccolo moto d’orgoglio e soddisfazione, per un lavoro fatto di luce.
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