LA FUNZIONE DELLA DANZA NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA
di D.ssa Nicoletta Calenzo


Psicologa-Psicoterapeuta-Psicoanalista Interpersonale-Analista Didatta con funzione di Training presso I.P.A. di Firenze.

La decadenza morale che sta devastando
rapidamente la nostra era è causata dalla profonda
desolazione la cui radice si cela nel rifiuto
delle esperienze storiche…
Ora , l’uomo che si è liberato dei totalitarismi
è infelice perché tenta di dimenticare e cerca ragioni
perché non vi si faccia ritorno
Una civiltà che non dichiara i propri valori
Oppure li abbandona, imbocca la strada della decadenza.

Kertész, Il secolo infelice, 2007
Pp. 121, 129.

Ci troviamo in un’epoca in cui i teorici del divenire sociale, che siano sociologi, filosofi, storici, psicoanalisti, ci vanno segnalando un cambiamento di paradigma sociale e, di conseguenza, della costituzione delle soggettività individuali e collettive. Faccio riferimento al modello che ci propone Zygmunt Baumann nel testo Modernità Liquida. Bauman fa un’analisi critica della società contemporanea racchiudendone le trasformazioni nella metafora del passaggio dalla solidità (caratterizzata da stabilità nel lavoro e nelle appartenenze, vita organizzata attorno alla produzione e alle norme) alla liquidità (caratterizzata dal disimpegno, dall’evanescenza dei rapporti affettivi, organizzata attorno al consumo, guidata dalla seduzione e priva di regolamentazione normativa). Nel processo di disgregazione degli ostacoli solidi, si assiste alla perdita dell’etica del limite (Benasayag e Schmit, 2003), intesa come distinzione tra possibile e non possibile, un’etica per la cura dell’altro e della preoccupazione, riducendo, così, il principio di piacere al principio di realtà e sostituendo il bisogno con il desiderio e il capriccio. La partita del potere, in questa situazione, non si gioca più tra il grande e il piccolo, ma tra il più lento e il più veloce. La precarietà e l’incertezza sono diventati quindi gli elementi centrali della società. La conseguenza è la decomposizione dei legami umani e della comunità, in cui le unioni tendono a essere considerate come cose destinate a essere consumate.

L’uomo medio contemporaneo soffre, della rincorsa al minor male possibile, alla perfezione dell’immagine, alleviamento delle esperienze spiacevoli o faticose, allo spostamento su oggetti intercambiabili (persone, cose, virtualità) di modo da non essere mai solo, solo con se stesso. L’insieme di tutto questo contribuisce al complesso fenomeno che, condensato in un’unica parola, chiamiamo disinvestimento.

Perché in questi anni è cresciuta così tanto la richiesta di aiuto da parte di bambini e adolescenti agli psicoterapeuti e agli psichiatri?

Poiché sono in genere gli adolescenti la cartina di tornasole della cifra culturale di un’epoca, tanto successo ebbe il saggio di Benesayag e Schmit del 2003, Le passioni tristi.

All’interno di un contesto culturale così descritto, i ragazzi sono malati di passioni tristi. Il filosofo Spinoza .(cinismo, rassegnazione, disincanto e nichilismo). Anzi, non vi è alcuna passione nei giovani, piuttosto un’assenza di questa e dunque una malattia. Si tratta di disinvestimento , un senso pervasivo di impotenza e incertezza che li porta a rinchiudersi in loro stessi e a vivere il mondo come una minaccia. In attesa perenne di un futuro che verrà, la vita perde la qualità anche dolorosa della vera passione. Se tutto deve servire a qualcosa e devo farlo in termini immediati, si perde la capacità del fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati.

Un aspetto del disagio giovanile è, con apparente paradosso, la conseguenza del benessere socio-economico acquisito. La modernizzazione della società, e in particolare l’avvento delle nuove tecnologie – internet, video-giochi, chat, blog, telefoni cellulari, moltiplicazione dei canali tv, ecc. – ha modificato le abitudini e gli stili di vita degli adolescenti in modo straordinariamente evidente. L’influenza esercitata dai mass-media e dalla comunicazione tecnologica, che ha introdotto la presenza virtuale dell’altro, sta producendo delle modificazioni nella rappresentazione cognitiva ed affettiva dello spazio relazionale. Gli adolescenti del 2000 sono a pieno titolo la prima generazione che è stata culturalmente “nutrita” fin dalla nascita con media elettronici: digital native, nativi digitali. Si badi bene, qui non si vuole sostenere che i media elettronici sono la causa del disagio. Tutt’altro, visto che essi strutturalmente si offrono come strumenti di facilitazione e ampliamento della comunicazione e quindi delle possibilità di relazione. Mi riferisco ad un uso che spesso si fa di essi, che va a modificare e strutturare una miseria relazionale che viene da altrove, da altre cause. La mancanza negli adolescenti di strumenti per relazionarsi arriva quindi a far parlare gli operatori di una sorta di assenza di strumenti linguistici e cognitivo-affettivi. La molteplicità delle opzioni di comunicazione si scontra con la riduzione al virtuale dell’altro, in una sorta di ‘protesi’ della presenza con nuove forme di esperienza della solitudine. Se è vero che il medium elettronico fattualmente facilita e avvicina l’altro nel suo essere prodromo di un incontro reale con l’altro, l’abuso consumistico del medium – così presente negli stili di vita adolescenziali – produce l’illusione della condivisione, la feticizzazione dell’incontro, la moltiplicazione all’infinito degli incontri fino alla sincope della solitudine parlante di fronte ad uno screen.

Tale è lo scenario sociale dentro cui abitiamo e tale è lo scenario, attraverso il lavoro che quotidianamente svolgo accanto alle persone, che cerco di capire tentando di rimanere viva.

Uno scenario, questo, che non può che spingere la mia mente all’interno di un viaggio nel cinema che mi permette di ripristinare al mio interno e, spero anche nel vostro, non solo una capacità respiratoria, ma anche la capacità di fantasticare e sognare soluzioni possibili, in termini di stimoli o, addirittura, antidoti, contro la pervasività della distruttività dentro cui siamo immersi.

Da Blade Runner (la difficile distinzione tra replicanti e umani, il degrado ambientale e psicologico che può esserci nel progresso, disumanizzazione, solitudine e dittatura del visivo) a la STORIA INFINITA (l’importanza dell’immaginazione e della fantasia per combattere l’inevitabile Nulla)

A BILLY ELLIOT (la lotta per affermare il diritto ad inseguire i propri sogni o a coltivare talenti )La danza, l’arte poetica del movimento, nasce dal bisogno di dire l’indicibile, di rendere visibile l’invisibile, di conoscere l’ignoto, di essere in rapporto con l’altro. La danza connette il dentro con il fuori, il sè con il mondo.

Speriamo di dare un contributo affinché la danza possa ridiventare, come era nei grandi rituali del passato, una vera e propria risorsa collettiva, inclusiva delle diverse individualità, che esalti il sentimento di essere umano, di condivisione di un’esperienza e di appartenenza ad un gruppo e al tempo stesso che sia potente e a volte perfino sovversiva, fattore di cambiamento individuale per ciascuno dei membri del gruppo che vi troverà la riattivazione delle sue molteplici potenzialità.